27/11/2009

la fiera

Eravamo a Casavatore quando Giovanni è morto, c’eravamo fermati due settimane perché le grandi fiere delle cipolle erano la migliore occasione di guadagno di tutto l’anno.

Erano andate bene le fiere e io portavo in petto due fogli da 10.000 lire piegati in quattro.

In realtà sul certificato c’è scritto che è morto ad Aversa, così ho detto io a tutti, perché era già successo a certi amici nostri che gli era morto il padre lontano e avevano dovuto pagare un sacco di soldi per il trasporto.

Giovanni neanche a farlo apposta è morto nel cassone, tra i cotoni fini e la flanella, e io, ho chiuso tutto, e zitta zitta ho guidato fino a casa. Ero così spaventata dal guidare senza patene, così attenta a ricordarmi come m’aveva insegnato Giovanni che quasi quasi fino a casa nemmeno me ne sono ricordata che lui era morto.

Quanto tempo c’è voluto non lo so.

Era buio quando ho fermato il camion e finalmente ho pianto. Giovanni è morto in settembre e io ho portato il lutto per dieci anni e ho continuato il suo commercio guidando il camion senza patente per le fiere della zona.

Spesso c’è stato chi voleva mi rimaritassi, una vedova giovane, senza figli e con gli averi, gli spasimanti gli ha sempre, ma io Vi giuro che non mi sono fatta sfiorare mai neanche con un dito da quelli, io sul cuore ciò solo Giovanni.

Com’era?

Era un marito. Era buono quando c’erano i soldi e le cose andavano bene e un po’ meno quando pioveva e le fiere erano magre; andava alla cantina ogni giovedì e io sapevo bene quand’era il caso di dirgli una parola e quando invece dovevo star zitta.

Le altre?

Le altre non contavano niente, al mercato ci comprano le donne, un poco il galletto lo doveva fare, ma io ero la moglie e non mi è mai mancato nulla fino a che è vissuto e pure dopo, perché un uomo è un uomo se sa anche morire.

Mi mancava Giovanni però, mi mancava ogni giorno; soprattutto a Casavatore, all’epoca delle grandi fiere delle cipolle mi mancava.

Due settimane sola nel camion, con il ricordo di lui erano troppe.

Ogni volta era come tornare indietro, ogni anno lo stesso strazio.

Non so quando è cominciato ad accadere che tutto ad un tratto si ripeteva uguale.

Lui era li tra i cotoni fini e la flanella ed all’improvviso io spuntavo, un colpo e tutto era finito.

Solo maresciallo, che quando arrivavo a casa l’ultima sera, ed era buio pesto, steso nel cassone non c’era Giovanni ma un uomo diverso che non avevo mai visto, mai.

Che paura che ho avuto la prima volta, che faccio mi dicevo?

Che faccio?

Mica Vi potevo chiamare! Che avreste pensato Voi?

Che io con quello c’ero stata, che ero una poco di buono, una di quelle.

Così l’ho sceso dal cassone e piano piano, con gli attrezzi di Giovanni l’ho fatto a pezzi.

Avevo 7 chili di soda caustica, ho pensato perché no? È una soluzione.

Ne ho fatto sapone da barba e l’ho venduto per le fiere della zona.

Da allora in poi quando trovavo l’uomo steso nel cassone avevo sempre meno paura, perché sapevo che fare.

Che è male lo so, e una volta me lo sono anche confessato a Monte Vergine , ma secondo me quel prete non m’ha creduta.

No.

Gli ho raccontato di Giovanni, della prima volta.

Di quando l’ho trovato nel cassone con quell’altro uomo a far cose contro natura, gli ho detto che era il demonio quell’uomo lì, e che io volevo colpire lui, ma che a morire è stato Giovanni. Che dopo, quel demonio, io l’ho rincontrato ogni anno a Casavatore e che aveva facce diverse ma sempre la stessa barba. E allora ho capito.

Io col demonio ci dovevo fare il sapone; così non c’erano più gli uomini con la barba, e non c’era più neanche il demonio.

17/11/2009

vita

Lavoro in banca, il che prima di cominciare era quasi un sogno e dopo aver cominciato è diventato un incubo. Per lavoro scannerizzavo documenti. Per otto lunghe lunghissime ore al giorno. Ecco, io faccio quello.

Passo allo scanner documenti vecchi di decenni o nuovi di pacca, ma pur sempre fogli di carta. Mi viene la nausea solo a pensarci!

Sei anni l’ho fatto. Sei fottutissimi anni. Cinque giorni a settimana, otto ore al giorno, senza un diversivo, senza un cambiamento.

“che lavoro fai?”

“io, io, lavoro in banca”

“in banca?... che culo…. 18 mensilità vero?”

Ma chi l’avrà messa in giro sta storia delle 18 mensilità? Ci scommetto uno stronzo invidioso”.

Ricominciamo...

Io, io lavoro in banca, e la sera quando esco, con la testa pesante e il cuore di gomma, torno in una casa vuota, da dove, anni fa, pure il gatto è scappato.

Ora sarà a villa Ada a vivere una vita vera, una vita da felino.

Io, io vivo da mummia, poca aria aperta, poche amicizie, nessuna relazione personale.

Ho assunto il colore giallastro della carta vecchia, mi sento polverosa e ruvida, ho trentott’anni e me ne sento settanta.

È per questo, per sopravvivere alla mia vita, che ho deciso di cambiare; e cambiare nel mio caso non può essere che sovvertire l’ordine che mi sono costituita da sola.

Cambiare può solo essere trasgredire ogni regola, dalla più semplice alla più complessa, dalla piccola regola di cortesia alla legge.

Ieri era il mio compleanno, oggi è cominciata la mia nuova vita.

Scendendo le scale ho trovato l’immondizia della sig.ra Clelia sul pianerottolo.

Sono almeno cinque anni che la getto io; è vecchia poverina e scendere le scale le pesa, così per un tacito accodo, quando trovo il sacchetto fuori dalla porta lo prendo e lo porto fino ai cassonetti. Non è un gran peso, è un sacchetto piccolo, di solito una busta della spesa, e a me non costa nulla farlo. Oggi però non l’ho preso.

La tentazione di fare la cosa giusta è stata tanta, ma non l’ho preso, l’ho abbandonato lì, e sono scesa di corsa verso il portone.

Non ho salutato nessuno lungo il tragitto, credo anche di esserne arrossita, specie quando, proprio sta mattina, ho incontrato Don Alfredo.

Non frequento la parrocchia più come prima, gli impegni della vita si moltiplicano con il passare degli anni; in realtà i miei sono sempre gli stessi, identici da almeno 6, ma la gente non riflette, è presa dai figli, la piscina e i raffreddori, e ti cuce addosso le sue stesse difficoltà, anche quando non le vivi.

In realtà ho smesso di frequentare tanto la chiesa quando il vecchio parroco è morto. Don Alfredo non ha l’aria del prete, ha la mia età, è gioviale, sempre pronto alla battuta, ha gli occhi verdi, non avrei mai potuto confessare i miei pensieri a lui, che alle volte, non sempre, né era protagonista. Oggi però, con un senso di colpa opprimente non ho frenato il pensiero, infondo, che male fa?

Sono arrivata a lavoro con venti minuti di ritardo. Per perder tempo ho girato e rigirato come una scema intorno all’isolato, domani esco più tardi da casa.

Poi ho parcheggiato nel garage sotterraneo della banca, io non l’ho fatto mai, fino ad oggi.

Oggi ho lasciato la mia fiat punto in uno dei posti migliori, se a qualcuno proprio gli rode si prenda la briga di scoprire di chi è.

E così via, per tutta la giornata.

Ho gettato un assorbente nel water, ho risposto male alla receptionist con il seno rifatto, e a pranzo mi sono concessa un tramezzino carico di maionese.

Ogni volta che dovevo fare una cosa, anche la più banale, ho badato a farla a rovescio. Di ora in ora tutto è stato più semplice, sta sera mi sentivo leggera.

Quando sono rientrata il sacchetto dell’immondizia era ancora lì, solo sul pianerottolo. Clelia avrà pensato che sta mattina sono uscita presto o che non c’ho fatto caso. Domani ne troverò due.

Sta mane ho fatto il bagno, e quindi sono uscita tardi di casa. Sul pianerottolo della signora Clelia c’erano due sacchetti dell’immondizia, come previsto. Li ho ignorati e sono uscita lentamente dal portone.

Ho guidato fino al parcheggio della banca senza fretta, anche se in cuor mio sapevo che stavo accumulando un ritardo pazzesco, non ho trovato posto negli spazi per dirigenti, d'altronde a quest’ora sarebbe stato quasi impossibile.

Ho parcheggiato nei posti normali, ma mi sono presa la briga di mettermi a cavallo delle strisce occupando due posti anziché uno.

La tipa all’ingresso, dopo il classico buongiorno, m’ha chiesto se stavo bene e come mai questo ritardo, ho risposto al saluto ma non al resto e ho preso l’ascensore come una inseguita dalla polizia, devo esserle sembrata matta. Ci scommetto quel che voi, ma oggi, per la prima volta sarò oggetto delle chiacchiere di quelle quattro oche che mangiano con lei.

In un altro momento l’idea che potessero giudicarmi m’avrebbe spinto a scendere di nuovo giù nell’atrio e a chiederle scusa inventandomi una pietosa bugia, tipo che dovevo urgentemente andare in bagno. Oggi no, c’ho pensato, ne sono anche stata tentata, ma non sono scesa, e con il trascorrere dei minuti l’ansia che m’aveva preso al petto è passata e piano piano ho dimenticato lei e le sue amiche.

Tutto è diverso, anche il lavoro non mi sembra più lo stesso, tutti questi dati non sono poi così inutili, ora il lavoro procede lentissimo, mai accumulato tanto arretrato.

Tornando a casa mi sono fermata alla messa vespertina in parrocchia.

Poteva essere l’occasione giusta per tornare indietro. Per tutto il tragitto dalla banca alla chiesa non ho fatto altro che pensare a questo. Che magari stavo sbagliando, che la mia vita per quanto noiosa era sicura e onesta. Pensavo che entrando in chiesa avrei ritrovato la strada, che so, che sarebbe accaduto un episodio, bastava anche solo una parola della bibbia, una frase dell’omelia, e io avrei ricominciato a vivere come prima, questo pensavo.

Poi sono entrata, la chiesa m’è sembrata più brutta che mai, non provo alcuna affezione per quell’edificio moderno con la vernice scrostata.  C’erano le solite quattro vecchie, tra loro c’era anche Clelia. Chi sa se nell’occasione ha gettato l’immondizia. M’ha rivolto uno sguardo strano. Poco ma sicuro che appena finita la messa m’avrebbe intercettato per chiedermi se stavo bene e se per caso non ero andata al lavoro.

Don Alfredo era in paramenti verdi, come i suoi occhi, purtroppo o per fortuna, non ho ancora elementi per dirlo, l’omelia era un’unitile accozzaglia di frasi fatte e il vangelo, quello credo di non averlo sentito, persa com’ero nelle mie riflessioni sull’architettura e su Clelia.

Alla fine della messa sono schizzata in avanti verso la sacrestia così velocemente che neanche una Clelia in piena forma m’avrebbe raggiunto.

Ho invitato don Alfredo a passare a trovarmi, voglio offrirgli un caffé e capire, capire cosa? Ancora non so.

Ha accettato.

Sarà che lo guardo con quest’occhi nuovi, ma ammetto, m’è sembrato meno bello, ma anche meno giovane, aveva l’aria di un uomo, ecco cosa sembrava, non un prete, ma un semplice uomo.

Tornando a casa ho trovato i sacchetti sempre nello stesso posto. Sinceramente quella vecchia inizia a darmi suoi nervi.

Oggi era domenica, ho dormito fino a tardi, niente grandi pulizie, le ho rimandate a domenica prossima, o chi sa? Potrei far venire una donna ad ore una volta la settimana. Possono permettermela.

Dopo pranzo hanno suonato alla porta, credevo fosse Clelia, desiderosa di sapere perché sul suo pianerottolo stazionano oramai ben tre sacchetti dell’immondizia, invece era Don Alfredo.

M’ha colto alla sprovvista, gli ho fatto un caffè, e per tutto il tempo che sono stata nascosta in cucina in attesa che venisse su, non ho fatto altro che chiedermi cosa dovevo fare, perché l’avevo invitato? Perché aveva accettato?

Non ero preparata ecco.

Sono tornata di colpo quella di prima, abbiamo discorso a mezza bocca di banalità, della parrocchia, delle vecchine, quasi mi scusavo con lui di non aver gettato l’immondizia di Clelia.

Dopo un quarto d’ora ha fatto per andare via, si è alzato, e io stavo per accompagnarlo alla porta. Poi, improvvisamente, m’ha preso le mani, m’ha guardato fisso e m’ha detto che lui è sempre disposto ad aiutare i suoi parrocchiani, che per qualunque cosa potevo rivolgermi a lui.

Belle parole, dette però con il tono sbagliato, con lo sguardo sbagliato, stringendomi per troppo tempo e troppo forte le mani.

Oggi Don Alfredo, m’ha dato una bella lezione di vita.

E m’ha fatto capire che se mi sento sola, non la mia anima, bada bene, ma io, Lui c’è.

Avrei dovuto provare schifo e delusione, io, io di prima intendo, l’avrei provata, ora però più importante della sensibilità urtata è l’insegnamento ricevuto. Amen.

Sul pianerottolo di Clelia non c’è nessun sacchetto. Quattro avrebbero impedito il normale passaggio, ma non credo sia per questo che non li ha lasciati fuori. Penso si sia rassegnata all’idea che non li butterò più. Da oggi mi guarderà con risentimento. 

A lavoro la situazione si evolve velocemente. Devo dire che è quella che mi da maggiori soddisfazioni.

I miei ritardi, certe mie scortesie, la lentezza con cui procede questo mio lavoro, lungi dall’avermi creato problemi, hanno ingenerato negli altri la convinzione che io fuori di qui abbia una vita, magari problematica e complessa, le parole fuori posto, l’andar sempre di corsa, mi sono valsi la medaglia di donna impegnata, quindi intelligente, fin’anche interessante.

Il lavoro in se è sempre lo stesso, ma ora perdo molto tempo a leggere i documenti che mi passano tra le mani e a fare più copie di alcuni veramente utili, ora che guardo con occhi nuovi, certi nomi e certe cifre parlano di vita vera.

A casa tutto ok. Oramai getto solo la mia immondizia.

Il dottor Mazzini, direttore del personale mi ha offerto un caffè, glie n’è venuta improvvisamente voglia ‘sta mattina, quando uscendo dalla macchina m’è caduta la borsa. È un cavaliere Mazzini, è corso a tirarla su e con lo sguardo m’ha tirato su pure la gonna.

Il dottor Mazzini è sposato, buon padre di famiglia, un tipo apposto con cui fare pratica. Non pensare male, non ho alcuna intenzione di andarci a letto, non sono ancora a quei livelli, ma nemmeno posso giocare con qualcuno molto più furbo e pratico di me. Per questo ho escluso a priori Don Alfredo. Avrebbe troppo da insegnarmi.

Oramai mi sento pronta ad un nuovo salto di qualità. Ora tutto mi ruota intorno, e ciò che è troppo lontano per essere attratto da questo nuovo centro gravitazionale non è abbastanza importante perché me ne occupi.

Ora si sovvertiranno le leggi della società, poi se occorresse, sovvertirò quelle della fisica.

Ho scoperto, con questi nuovi occhi, che posso sapere tutto di tutti, e che non serve molto per avere, in cambio del mio sapere, favori e denaro. Non ho intenzione di ricattare la gente. Io vendo, vendo a caro prezzo, tu chiedi, io trovo e poi tu paghi.

Qualche mese ancora e potrò, all’occorrenza cambiare mondo, casa, continente.

….

Ci sono novità. Clelia è morta. Era morta forse anche prima, nonostante camminasse, ma ora è ufficiale. Scendeva le scale e ha avuto un malore.

A mia difesa posso dire che non scendeva a buttare l’immondizia.

 

 

21/10/2009

posso sapere chi sei?

hei! parlo con te. lascia una parola, una sola.