12/06/2006
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Egregio signore,
negli ultimi tempi vedendovi passare, ammetto che, anche se non dovrei, mi soffermo a seguire i Vostri tragitti e trascorro il mio ozio forzato congetturando sulle Vostre attività ed intenzioni.
Non è così che una donna virtuosa dovrebbe occupare le proprie giornate, come vedete anticipo i Vostri rimproveri, ma ammetto che siete per me divenuto oggetto irrinunciabile di studio. Quando passate la mattina gettando un rapido sguardo oltre la cornice di legno, ad esempio, non posso fare a meno di chiedermi come abbiate trascorso la notte, se avete dormito bene o siete stato agitato, se il caldo opprimente di questi giorni non Vi ha forse reso difficile prendere sonno, e con sicumera giudico dal quel singolo sguardo la qualità della notte trascorsa.
Alle volte sarebbe da pensare che non siate rientrato affatto, e che quegli abiti con cui mi passate davanti siano realmente gli stessi con cui Vi ho visto uscire la sera innanzi. Quelle mattine, per pudicizia e discrezione, evito di soffermarmi in pensieri che non sarebbero consoni ad una signora, e preferisco non formulare qualsivoglia ipotesi.
Di solito poi non Vi rivedo che nel pomeriggio inoltrato, quando salite per cambiarvi d'abito.
Passerei le ore ad osservarvi scegliere le Vostre cravatte, anche su quelle ho una teoria sapete? Quando indossate quella color dei lillà siete sempre felice. E Vi rimirate con attenzione, come voleste cercare un difetto che non riuscite proprio a trovare, alle volte, quando indossate la cravatta lilla, fischiate tra le labbra, non c'è altra cravatta che merita tale onore.
(Potessi sentire sulle gote il lieve sibilare di quel fischio)
E così stimatissimo Visconte io Vi osservo, ed ormai di Voi conosco ogni cosa; i gesti, la mimica del volto, nulla mi lascia indifferente. Il giorno che avete comprato questa casa ed il grande specchio da appendere alla parete del salottino io ho ricominciato a vivere, per troppo tempo mi hanno tenuto chiusi gli occhi al mondo. Ma Voi, mio salvatore, avete riso delle dicerie e delle storie e come siete abituato a fare avete scelto di testa Vostra.
Chi sa in quanti Vi avranno narrato le storie che circondano questa casa molte, ve lo assicuro, non sono affatto vere.
Non c'è nessun fantasma in questa casa, nessuno sferragliare di catene, la signora Malraux, che Vi ha svenduto la villa fuggendo a gambe levate è un esaltata, una nevrotica bisognosa di cure, dal canto mio non ho mai udito alcun rumore sospetto. L'unica storia vera, ve la posso raccontare, ma dovrete essere disposto ad ascoltarla fino alla fine, qualunque essa sia.
Altri prima di Voi hanno avuto la volontà di ascoltare, il primo si chiamava Sir Henry Tate e veniva dall'Inghilterra.
Era ospite del Presidente Boulanger, lo ricordo bene, Vi somigliava un poco, non nelle sembianze ma nell'atteggiamento con cui affrontava la vita.
Allora il salottino era uno studio, lo studio del Presidente di Corte d'Assise Rodolphe Boulanger, uomo distinto, pervicace persecutore dei delitti, devoto alla Repubblica prima, al Direttorio dopo e al Consolato infine. Sir Henry era un osservatore della real casa inglese, se così vogliamo chiamarlo, mandato a verificare cosa accadesse in Francia, uno degli uomini che avevano nel '93 occupato Tolone.
Anche allora in questa stanza c'era uno specchio, esattamente dove Voi avete posizionato il Vostro; era diverso per foggia e alquanto anche per grandezza, ma era posto proprio qui su questa parete. Di fronte, dove ora c'è il Vostro scrittoio, c'era un lungo divano di pelle e quella porta che ora mi fa scorgere i piedi del Vostro letto all'epoca si apriva su una sala d'attesa.
Sir Henry non avrebbe dovuto entrare qui non invitato, ma in realtà, quando il Presidente era impegnato altrove lui ne approfittava per sedere su quel divano e leggere, fumare, semplicemente pensare.
Dopo settimane trascorse ad osservarlo decisi che sarebbe valsa la pena di narragli la mia storia, ascoltò con infinita attenzione, la stessa che Vi viene ora richiesta.
Mi chiamo Elodie. Il mio cognome è, in questa storia, forse l'unico che non servirebbe citare, ma mi hanno insegnato che così si fa, una donna morigerata si presenta col cognome del marito, perché non ci siano dubbi sul suo stato sociale. Il mio nome quindi è Elodie de Avillers maritata Boulanger, figlia del Conte e della Contessa De Avillers. A mio marito portai in dote un castello nella regione della Mosa e un titolo nobiliare che in men che non si dica si ridusse più ad un peso che ad altro, in cambio ricevetti un anello con brillante e il diritto di chiamarmi a vita madame Boulanger.
Uscii di collegio meno di un mese prima delle nozze e così finii per diventare una moglie bambina, digiuna non solo di ciò che la vita di ogni giorno richiede ad una moglie, ma ancor di più di ciò che la vita che mi accingevo a vivere, nei tempi che correvano, richiedevano ad una donna.
Lo ammetto, fui la prima a sbagliare.
Non mi riuscì di amare mio marito, nonostante tutti me l'avessero preannunciato come l'irrinunciabile dovere di una moglie. Troppo vecchio e senza attrattive per una ragazzina come me e con dei modi poi? Io che ero abituata al severo rigore delle suore della carità faticavo a sottomettermi ai suoi voleri. Certi doveri, lo ammetto, mi erano oltremodo difficili da compiere.
Rodolphe se ne accorse immediatamente, ma infondo non era per avere una donna nel letto che mi aveva sposato, l'aveva fatto per convenienza sociale, si ha bisogno di una moglie per avanzare in certe carriere, ed io ero la moglie giusta.
La mia riluttanza e gli accadimenti di quegli anni finirono per dividerci, vivevamo vite separate, incontrandoci per i pasti, andando insieme alle cene, a teatro e salutandoci poi in cima alla scala che porta a queste stanze.
Io però ero sbocciata. Non ero più la bambina del collegio, e ci fu chi se ne accorse e seppe approfittarne.
Fui ancora io a sbagliare, lo ammetto.
Io che non ero riuscita a dare il mio cuore a Boulanger come avrei invece dovuto, lo cedetti ad un altro uomo in cambio di poche parole sussurrate all'orecchio. August Aubert Bertot aveva fatto parte dei Comitati di sorveglianza, era stato uno dei più spietati sottoposti di Robespierre, ed aveva occhi di demonio in una faccia d'angelo.
Quell'inverno Boulanger venne mandato in Vandea a presiedere uno dei più grandi processi della sua carriera, io restai a Parigi in questa casa, sola, non seppi mai se Bertot avesse avuto un merito in tale designazione.
Persi ogni freno. Mi svegliavo con il desiderio di vedere August? Correvo a cercarlo in ogni dove, esponendomi a pericoli inusitati, lasciando il pudore e l'orgoglio tra queste mura.
Non m'importava di nulla. Di nulla avevo paura se non di perdere il suo amore, scesi a livelli di abiezione tali a cui solo una donna innamorata può scendere e tradii me stessa oltre che mio marito infinite volte.
La primavera mi colse all'improvviso e con essa la fine del processo ed il ritorno del Presidente. Non ci mise più di uno sguardo a capire, infondo non era poi così sciocco.
Nel frattempo era entrata in vigore la nuova costituzione e il Direttorio, mio marito era divenuto uno dei 250 senatori del Conseil des Anciens.
Rodolphe, che sperava in futuro di essere eletto directors non poteva restare impassibile, zimbello di tutta Parigi, agii come poteva. Tutti coloro che avevano appoggiato la politica di Robespierre erano ormai considerati con sospetto, e August Aubert Bertot era uno di questi. L' 8 Messidoro dell'anno IV, insieme agli ultimi monarchici e a quei pochi preti ancora refrattari al regime, venne deportato in Guyana, io non lo vidi mai più.
Oramai mio marito aveva solo un ostacolo tra se è la grandezza.
Non ho mai saputo come abbia giustificato la mia improvvisa sparizione, ha lasciato questa casa diversi anni dopo e mai, fino a che è stato qui, si volto a guardarmi. L'ultima volta che l'ho visto negli occhi accostava all'apertura il pannello di legno a cui Voi avete appeso lo specchio, murando me e il bambino che ancora aspetto in quest'intercapedine, era il 21 Pratile dell'anno IV.
Negli anni la casa è mutata e con essa i suoi abitanti, solo io resto, immobile tra queste spesse lastre di quercia. Alle volte però, proprio come quando qui viveva Boulanger, a questa stessa parete, a questo identico pannello viene appeso uno specchio, e per me è di nuovo luce. Da quello specchio come fosse una finestra io vedo di nuovo e volendo, proprio come ora, posso narrare la mia storia. Il primo a cui ho concesso quest'onore, Ve l'ho già detto, è stato Sir Henry Tate scomparso improvvisamente nel nulla il 21 Pratile dell'anno VII, in realtà se aveste appeso lo specchio due pannelli alla mia destra, adesso, sarebbe direttamente Sir Henry a raccontarVi la sua storia. La sua, la mia e forse anche quella del suo vicino Victor, che scomparve senza lasciar traccia di se il 09 giugno del 1807.
Allo stesso modo, se aveste deciso di appendere lo specchio proprio di fronte a me, lì dove avete invece messo il Vostro scrittoio, a contarvi la sua storia e quindi anche la mia sarebbe stata la piccola Florence Malraux di anni dodici, scomparsa improvvisamente nel nulla il 09 giugno 1821, Anche lei, come Voi, come Sir Henry e Victor, fu così gentile da ascoltare la mia storia.
14:19
Scritto da: onecat@v
in Sapere e Libri | Link permanente | Commenti (2)
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Commenti
Mancavi.... mancavo pezzi da leggere come questo... sei bravissima, mi hai portato in quel luogo, in quel posto, tra quell'intercap edine...
Scritto da: null | 12/06/2006
Evvaiiiii tornata :-)) Doppio sorriso e ci voleva. Un bacione alla mia scrittrice preferita e... ora copincollo e leggo. Buona notte. Trespolo.
Scritto da: il_trespolo | 15/06/2006
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