01/07/2009
Assunta
Assunta è nata che era buio, c’era la neve, faceva freddo.
Assunta è nata che era sangue e lacrime e morte.
Assunta è nata e già tutto era sbagliato.
Era il 1943 e non c’era pane per i sani.
Assunta di pane non ne aveva mai mangiato.
Assunta era misera, rachitica e senza scarpe.
Assunta era sola, figlia dell’errore, assassina di sua madre.
Non s’era stupita Assunta quando l’avevano potata ad Aversa, non che sapesse cos’era un manicomio, ma a sentirsi chiamare assassina ci s’era abituata e un carcere se l’aspettava.
Aveva sei anni Assunta e pazza non l’è mai stata.
A vedere tutti quei corpi, tutta quella carne esposta c’era rimasta male. Le avevano insegnato le suore che ci si copre, che si prova vergogna del sedere dei seni, di tutto, invece lì era tutto un fiorire di carne impudica, atroce, e c’era puzza.
Puzza da per tutto e cacca e piscio e mestruo e lacrime.
Assunta piano piano aveva imparato a conviverci con quelle pazze, e anche se era una di loro, come loro in tutto e per tutto, aveva sfruttato la capacita di discernere il sole dal buoi, i cani randagi del cortile dagli infermieri del reparto. Era passata indenne al tifo e al vaiolo. Era sopravvissuta e s’era fatta grande.
L’avevano fatta donna troppo presto, tra gli sterpi del giardino una notte di Novembre, che la madre superiora era al convento per gli esercizi spirituali, non né aveva un ricordo lucido, non l’era importato troppo, era successo.
Era diventata grande e non solo d’età, era alta Assunta, come poche donne. Ed era forte, forte della forza delle sue braccia e forte della forza dei pazzi.
Quando era arrivato il nuovo dottore Assunta aveva trent’anni, tracciava a malapena il suo nome con la penna ma era piena di cose da dire. Aveva inventato un mondo intero,un mondo fantastico fatto di bambole di pezza parlanti ed alati cavalli immaginari. Quando Assunta contava le sue storie anche le matte, quelle vere, la stavo ad ascoltare.
Ma il dottore era nuovo e pieno di zelo, per lui i matti erano tutti uguali, i matti matti e i matti sani, tutti bisognosi delle stesse cure. Anche le storie di Assunta erano follie. Per lui Assunta era pazza.
E così quando arrivò il macchinario lo fece provare a tutti, Assunta non fu la prima, ma purtroppo neanche l’ultima.
E questa volta si che le importò.
Più di tutte le altre volte le importò.
Perché sta volta non le toglievano la libertà che non aveva mai avuto o un candore di cui non sapeva che farsi, no il macchinario, le scosse, rapivano i ricordi, la mente, le storie.
E Assunta impazzì.
Per un periodo non ricordò nemmeno il suo nome, e fu il periodo migliore, poi, piano piano, riemerse da un pozzo nero di pece e carbone e le montò dentro una rabbia, una rabbia pazza come quella delle pazze vere e un dolore, un dolore atroce e mai provato prima.
Ricominciò a sentire il puzzo che più non sentiva, e le urla che più non udiva, e pianse e urlò e ruppe contro il muro gli utensili di legno e la legarono, come le pazze vere.
Dopo un po’, quando a tutti parve calma, l’Assunta di sempre, le tolsero il camicione e la lasciarono libera a leccarsi i polsi indolenziti.
Ma Assunta era pazza oramai e non poteva più tornare indietro, indisturbata salì le scale che portavano al terrazzo, e attese al gelo che facesse notte.
Il mattino seguente sul fondo del cortile i cani randagi fiutavano due corpi, uno era quello di Assunta, era distesa a braccia larghe nella neve, come un angelo, inerme come le sue bambole di pezza, l’altro era quello del solerte dottore, raggomitolato a palla un metro più avanti, gettato come immondizia tra gli sterpi del giardino.
16:35
Scritto da: onecat@v
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