21/06/2006
cheerleaders
(Vieni più vicino, più vicino ti prego)Se penso alla prima volta che t'ho vista mi torna in mente l'odore del liceo, il rumore dei passi sul linoleum e te, con quella gonnellina azzurra e bianca, che provi e riprovi a saltare all'indietro cantando l'inno della squadra di football. Eri bellissima, e io t'ho amato da subito alla follia.Le sere di quell'estate (le ricordo tutte, una ad una).Quando sognavo il futuro, non era questo che immaginavo per noi.Il sogno (ricordi?) era di andare lontano, fare fortuna, dimenticare di aver anche solo vissuto in questo buco riarso dal sole.Eri bella tu, bella e bugiarda, pericolosa come un cobra (mi stavi a sentire). Ascoltavi, in silenzio. Ed io ti amavo.Abbiamo finto negli ultimi dieci anni che sia stata la morte di mio padre a rinchiudermi in questa officina meccanica senza futuro se non nel passato.Almeno io, per troppo (troppo) tempo ho finto fosse così. Meno di un'anno ed avevamo già messo su famiglia. Mentre gli altri del liceo bevevano alle feste del college noi allattavamo Miriam, mentre loro facevano l'amore in macchina sotto le stelle nel bel mezzo del deserto o su una spiaggia, noi ci urlavamo contro parole irripetibili.Uno furbo avrebbe capito allora che non c'era futuro, ma io ti amavo troppo e tu eri ancora troppo bella, e la speranza ancora lontana dal morire.La speranza che qualcosa cambiasse, che al posto di una donna rancorosa e torva mi ritrovassi accanto quella Cheerleader in gonnellina corta capace di sostituire il sole con un sorriso.Di tanto in tanto, più appannato e tirato quel sorriso l'ho rivisto, non era mai indirizzato a me. Sorridevi al commesso del negozio di frutta, alle tue amiche giù al parco, ai sorriso anche a mia madre quando a natale c'ha regalato il frigorifero nuovo, a me no, a menon sorridi più da dieci anni.Pensi che io sia un fallito.Lo pensi da molto (molto) tempo, ma solo oggi hai avuto il coraggio di dirlo.Quando sei entrata in ufficio e mi hai chiesto di non tornare a casa, quando hai poggiato la mia valigia sul tappeto senza guardarmi negli occhi. Allora hai detto che sono un fallito, che sei stufa di vivere con un fallito, che vuoi un altro nel tuo letto, nella tua vita. (Un uomo a cui sorridere) Sarei dovuto andare a dormire da mia madre sta notte ma non ce la facevo ad alzarmi.Non mi sono più alzato dalla sedia fino a che l'officina non è stata vuota.Mary Jane ha guardato prima me e poi la valigia, poi nuovamente me e non ha detto una parola, neanche per salutare, secondo me pure per lei a cui pago lo stipendio da dieci anni, pensa che io sia un fallito.Pian piano ho sentito famee mi sono alzato per prepararmi un panino con il burro di arachidi.Ho mangiato pensando a voi due (a te e Miriam sedute al tavolo in cucina) ho pensato a cosa le avresti detto, forse solo che lavoravo fino a tardi, lasciando le spiegazioni a domani.Ho pensato a voi due insieme. Poi ho fatto un giro cercando il passato in ogni angolo, sperando così di capire dove ho sbagliato e come rimediare, alla fine ho trovato il modo.Non è stato semplice arrampicarmi fino a qui, non ho più il fisico di una volta, ma ci sono riuscito lo stesso. Anche se ormai è estate sta notte ho avuto freddo, se non mi fossi portato su un paio di bottiglie per scaldarmi forse avrei desistito e sarei sceso, ma sono stato forte. In compenso, da quando si è alzato il sole, non faccio che sudare, il bitume che si scioglie dal tetto mi si appiccica ai vestiti, ma non importa, tanto non debbo andare da nessuna parte.Ti aspetterò qui. (Vieni più vicino, più vicino ti prego)Aspetterò fino a quando non sentirò la musica in lontananza.Sarà la banda del liceo che ripete da dieci anni le stesse identiche canzoni, poi passerà la reginetta del ballo, in parata su una decappottabile a noleggio (Blinda mi sembra si chiami quest'anno)Di seguito gli stendardi dei gruppi scolastici.Ed infine, prima che sfilino i campioni del football, passeranno le Cheerleaders con le loro gonnelline azzurre e bianche, con i loro sorrisi ingannevoli (belle come i cobra) pronte, con un roteare di anche, a rovinaci la vita. Solo allora, solo quando sfileranno qui di fronte, nel mezzo della strada, colpite in pieno dal sole del mattino, solo allora inforcherò gli occhiali scuri, mi alzerò diritto in piedi e comincerò a sparare. Un colpo, poi un altro, e loro giù come birilli. (Vieni più vicino, più vicino ti prego)
18:25 Scritto da: onecat@v in Sapere e Libri | Link permanente | Commenti (64) | Segnala | OKNOtizie |
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12/06/2006
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Egregio signore,
negli ultimi tempi vedendovi passare, ammetto che, anche se non dovrei, mi soffermo a seguire i Vostri tragitti e trascorro il mio ozio forzato congetturando sulle Vostre attività ed intenzioni.
Non è così che una donna virtuosa dovrebbe occupare le proprie giornate, come vedete anticipo i Vostri rimproveri, ma ammetto che siete per me divenuto oggetto irrinunciabile di studio. Quando passate la mattina gettando un rapido sguardo oltre la cornice di legno, ad esempio, non posso fare a meno di chiedermi come abbiate trascorso la notte, se avete dormito bene o siete stato agitato, se il caldo opprimente di questi giorni non Vi ha forse reso difficile prendere sonno, e con sicumera giudico dal quel singolo sguardo la qualità della notte trascorsa.
Alle volte sarebbe da pensare che non siate rientrato affatto, e che quegli abiti con cui mi passate davanti siano realmente gli stessi con cui Vi ho visto uscire la sera innanzi. Quelle mattine, per pudicizia e discrezione, evito di soffermarmi in pensieri che non sarebbero consoni ad una signora, e preferisco non formulare qualsivoglia ipotesi.
Di solito poi non Vi rivedo che nel pomeriggio inoltrato, quando salite per cambiarvi d'abito.
Passerei le ore ad osservarvi scegliere le Vostre cravatte, anche su quelle ho una teoria sapete? Quando indossate quella color dei lillà siete sempre felice. E Vi rimirate con attenzione, come voleste cercare un difetto che non riuscite proprio a trovare, alle volte, quando indossate la cravatta lilla, fischiate tra le labbra, non c'è altra cravatta che merita tale onore.
(Potessi sentire sulle gote il lieve sibilare di quel fischio)
E così stimatissimo Visconte io Vi osservo, ed ormai di Voi conosco ogni cosa; i gesti, la mimica del volto, nulla mi lascia indifferente. Il giorno che avete comprato questa casa ed il grande specchio da appendere alla parete del salottino io ho ricominciato a vivere, per troppo tempo mi hanno tenuto chiusi gli occhi al mondo. Ma Voi, mio salvatore, avete riso delle dicerie e delle storie e come siete abituato a fare avete scelto di testa Vostra.
Chi sa in quanti Vi avranno narrato le storie che circondano questa casa molte, ve lo assicuro, non sono affatto vere.
Non c'è nessun fantasma in questa casa, nessuno sferragliare di catene, la signora Malraux, che Vi ha svenduto la villa fuggendo a gambe levate è un esaltata, una nevrotica bisognosa di cure, dal canto mio non ho mai udito alcun rumore sospetto. L'unica storia vera, ve la posso raccontare, ma dovrete essere disposto ad ascoltarla fino alla fine, qualunque essa sia.
Altri prima di Voi hanno avuto la volontà di ascoltare, il primo si chiamava Sir Henry Tate e veniva dall'Inghilterra.
Era ospite del Presidente Boulanger, lo ricordo bene, Vi somigliava un poco, non nelle sembianze ma nell'atteggiamento con cui affrontava la vita.
Allora il salottino era uno studio, lo studio del Presidente di Corte d'Assise Rodolphe Boulanger, uomo distinto, pervicace persecutore dei delitti, devoto alla Repubblica prima, al Direttorio dopo e al Consolato infine. Sir Henry era un osservatore della real casa inglese, se così vogliamo chiamarlo, mandato a verificare cosa accadesse in Francia, uno degli uomini che avevano nel '93 occupato Tolone.
Anche allora in questa stanza c'era uno specchio, esattamente dove Voi avete posizionato il Vostro; era diverso per foggia e alquanto anche per grandezza, ma era posto proprio qui su questa parete. Di fronte, dove ora c'è il Vostro scrittoio, c'era un lungo divano di pelle e quella porta che ora mi fa scorgere i piedi del Vostro letto all'epoca si apriva su una sala d'attesa.
Sir Henry non avrebbe dovuto entrare qui non invitato, ma in realtà, quando il Presidente era impegnato altrove lui ne approfittava per sedere su quel divano e leggere, fumare, semplicemente pensare.
Dopo settimane trascorse ad osservarlo decisi che sarebbe valsa la pena di narragli la mia storia, ascoltò con infinita attenzione, la stessa che Vi viene ora richiesta.
Mi chiamo Elodie. Il mio cognome è, in questa storia, forse l'unico che non servirebbe citare, ma mi hanno insegnato che così si fa, una donna morigerata si presenta col cognome del marito, perché non ci siano dubbi sul suo stato sociale. Il mio nome quindi è Elodie de Avillers maritata Boulanger, figlia del Conte e della Contessa De Avillers. A mio marito portai in dote un castello nella regione della Mosa e un titolo nobiliare che in men che non si dica si ridusse più ad un peso che ad altro, in cambio ricevetti un anello con brillante e il diritto di chiamarmi a vita madame Boulanger.
Uscii di collegio meno di un mese prima delle nozze e così finii per diventare una moglie bambina, digiuna non solo di ciò che la vita di ogni giorno richiede ad una moglie, ma ancor di più di ciò che la vita che mi accingevo a vivere, nei tempi che correvano, richiedevano ad una donna.
Lo ammetto, fui la prima a sbagliare.
Non mi riuscì di amare mio marito, nonostante tutti me l'avessero preannunciato come l'irrinunciabile dovere di una moglie. Troppo vecchio e senza attrattive per una ragazzina come me e con dei modi poi? Io che ero abituata al severo rigore delle suore della carità faticavo a sottomettermi ai suoi voleri. Certi doveri, lo ammetto, mi erano oltremodo difficili da compiere.
Rodolphe se ne accorse immediatamente, ma infondo non era per avere una donna nel letto che mi aveva sposato, l'aveva fatto per convenienza sociale, si ha bisogno di una moglie per avanzare in certe carriere, ed io ero la moglie giusta.
La mia riluttanza e gli accadimenti di quegli anni finirono per dividerci, vivevamo vite separate, incontrandoci per i pasti, andando insieme alle cene, a teatro e salutandoci poi in cima alla scala che porta a queste stanze.
Io però ero sbocciata. Non ero più la bambina del collegio, e ci fu chi se ne accorse e seppe approfittarne.
Fui ancora io a sbagliare, lo ammetto.
Io che non ero riuscita a dare il mio cuore a Boulanger come avrei invece dovuto, lo cedetti ad un altro uomo in cambio di poche parole sussurrate all'orecchio. August Aubert Bertot aveva fatto parte dei Comitati di sorveglianza, era stato uno dei più spietati sottoposti di Robespierre, ed aveva occhi di demonio in una faccia d'angelo.
Quell'inverno Boulanger venne mandato in Vandea a presiedere uno dei più grandi processi della sua carriera, io restai a Parigi in questa casa, sola, non seppi mai se Bertot avesse avuto un merito in tale designazione.
Persi ogni freno. Mi svegliavo con il desiderio di vedere August? Correvo a cercarlo in ogni dove, esponendomi a pericoli inusitati, lasciando il pudore e l'orgoglio tra queste mura.
Non m'importava di nulla. Di nulla avevo paura se non di perdere il suo amore, scesi a livelli di abiezione tali a cui solo una donna innamorata può scendere e tradii me stessa oltre che mio marito infinite volte.
La primavera mi colse all'improvviso e con essa la fine del processo ed il ritorno del Presidente. Non ci mise più di uno sguardo a capire, infondo non era poi così sciocco.
Nel frattempo era entrata in vigore la nuova costituzione e il Direttorio, mio marito era divenuto uno dei 250 senatori del Conseil des Anciens.
Rodolphe, che sperava in futuro di essere eletto directors non poteva restare impassibile, zimbello di tutta Parigi, agii come poteva. Tutti coloro che avevano appoggiato la politica di Robespierre erano ormai considerati con sospetto, e August Aubert Bertot era uno di questi. L' 8 Messidoro dell'anno IV, insieme agli ultimi monarchici e a quei pochi preti ancora refrattari al regime, venne deportato in Guyana, io non lo vidi mai più.
Oramai mio marito aveva solo un ostacolo tra se è la grandezza.
Non ho mai saputo come abbia giustificato la mia improvvisa sparizione, ha lasciato questa casa diversi anni dopo e mai, fino a che è stato qui, si volto a guardarmi. L'ultima volta che l'ho visto negli occhi accostava all'apertura il pannello di legno a cui Voi avete appeso lo specchio, murando me e il bambino che ancora aspetto in quest'intercapedine, era il 21 Pratile dell'anno IV.
Negli anni la casa è mutata e con essa i suoi abitanti, solo io resto, immobile tra queste spesse lastre di quercia. Alle volte però, proprio come quando qui viveva Boulanger, a questa stessa parete, a questo identico pannello viene appeso uno specchio, e per me è di nuovo luce. Da quello specchio come fosse una finestra io vedo di nuovo e volendo, proprio come ora, posso narrare la mia storia. Il primo a cui ho concesso quest'onore, Ve l'ho già detto, è stato Sir Henry Tate scomparso improvvisamente nel nulla il 21 Pratile dell'anno VII, in realtà se aveste appeso lo specchio due pannelli alla mia destra, adesso, sarebbe direttamente Sir Henry a raccontarVi la sua storia. La sua, la mia e forse anche quella del suo vicino Victor, che scomparve senza lasciar traccia di se il 09 giugno del 1807.
Allo stesso modo, se aveste deciso di appendere lo specchio proprio di fronte a me, lì dove avete invece messo il Vostro scrittoio, a contarvi la sua storia e quindi anche la mia sarebbe stata la piccola Florence Malraux di anni dodici, scomparsa improvvisamente nel nulla il 09 giugno 1821, Anche lei, come Voi, come Sir Henry e Victor, fu così gentile da ascoltare la mia storia.
14:19 Scritto da: onecat@v in Sapere e Libri | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | OKNOtizie |
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13/04/2006
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Ci siamo incontrati in un prato tagliato all'inglese, festa di fine estate di un ricco notaio e la sua signora, io ero decisamente fuori posto, lui sarebbe stato fuori posto ovunque.
Ci siamo scontrati con due bicchieri di bianco tra le mani e la testa voltata in alto a guardare il cielo. Ho capito così che era l'uomo per me, dei presenti solo noi due guardavamo il cielo in una sera che avrebbe meritato non si facesse altro.
Così l'ho conosciuto.
Certo non faceva una bella impressione; avrebbe dovuto tagliarsi quei capelli arruffati e nodosi, avrebbe dovuto infilare la camicia nei pantaloni, ma lui all'epoca non le conosceva certe buone maniere o meglio non le rispettava.
Quattro chiacchiere ed io già l'amavo, era il millenovecentosessantasette ed ero tanto giovane da non saper distinguere dove finisce l'amore ed inizia la lotta.
La rivoluzione sessuale era arrivata anche a da noi, magari con più fatica che nelle grandi città, ma era arrivata e ci aveva investiti in pieno. Io avevo sofferto all'inizio un poco il timore di tirar fuori la voce e le gambe, figlia com'ero di un militare, della sua rigidezza e delle sue paure, ma poi in un impeto quasi distruttivo di emancipazione mi ero attaccata a Roberto, che di quella rivoluzione dei costumi portava i segni in ogni parte del corpo della mente e del cuore, finendo per straziare i legami col passato, la famiglia, la scuola.
Mi sentivo così orgogliosa di me che non avrei saputo far di meglio nella vita. Mi sentivo un'eroina dei miei giorni, che per amore, solo per amore, lasciava tutto e si trasferiva a Roma.
A papà venne quasi un infarto, me la sento ancora nelle orecchie la sua voce rauca dallo sforzo che mi grida per le scale che se esco dal portone non ho più una casa, un padre ed un cognome. Potrei ricordare tanti episodi del Generale, come lo chiamavo io prendendolo in giro, episodi più dolci e più vicini nel tempo, che è stato gentiluomo, come dicono i proverbi, e mi ha reso un padre, una casa ed un cognome. Ma è quell'urlo che mi resta nella mente, solo quello.
Ci trasferimmo a Roma, lui lavorava nella tipografia di un quotidiano nazionale, io "emancipata" lo aspettavo a casa tutte le sere con la cena pronta. Spesso con lui rientravano i suoi amici.
All'inizio mi divertivo in quelle serate tutte incentrate sulla politica, fino a notte fonda a chiacchierare, ma dopo un po' non ce la facevo più, mi annoiavo. Lo ammetto la politica non ha mai fatto per me.
Roberto oramai se non invitava i suoi amici a cena rientrava tardissimo, c'era sempre una riunione al collettivo a cui partecipare e poi il volantinaggio e gente da vedere e cose dire e credo avesse altre donne, ma io ero emancipata no? Ed allora aspettavo a casa in silenzio come neanche mia nonna avrebbe fatto.
Una sera rientrò pieno di lividi, si erano scontrati con altri quattro ragazzi ed erano finiti tutti in questura, schedati.
Guardavo quei lividi e mi sentivo Anita Garibaldi al cospetto del suo eroe ferito in battaglia. Una sera rientrò con un pacchetto sotto la giacca, era avvolto in carta di giornale, lo caccio infondo ad un cassetto come se scottasse, la mattina dopo rosa dalla curiosità l'aprii; c'era una beretta.
Non ne ricavai grossa impressione. Io ero cresciuta in una caserma, alle armi ero abituata, ma capii che c'era stata una svolta e non feci niente per non esserne coinvolta.
Quando penso al passato mi rendo conto che quello era il momento per fuggire, per togliere tutte le mie cose dai cassetti e lasciarci solo la beretta, Roberto non m'avrebbe inseguita per portarmi indietro, non si sarebbe forse nemmeno stupito. Io però ero innamorata, lo ero con tutta la forza che avevo, dovevo esserlo, dovevo per non fare i conti con le scelte di quei mesi, con i miei genitori che non vedevo da tempo, con i libri lasciati a marcire. Io dovevo essere innamorata e lui doveva essere un eroe, altrimenti nulla sarebbe più valso la pena.
E così ho fatto la lotta armata ed ho visto il sangue di uomini innocenti sparso sull'asfalto, e sono finita stretta tra due carabinieri, i ceppi a mani e piedi, i capelli scomposti sul viso in copertina su Paese Sera, e tutto questo l'ho fatto per amore.
Ricorderò per sempre gli interrogatori della polizia, le minacce urlate in viso, il freddo di quelle stanze con tutte le finestre aperte a far corrente. Ricorderò le domande sempre le stesse per settimane, per mesi, l'isolamento in un carcere di massima sicurezza. Avrei voluto scomparire, ed in effetti c'ho provato non mangiando, non parlando, catatonica.
La compagna Silvia s'è pentita, la compagna Silvia collabora con gli inquirenti, la compagna Silvia è un giuda, è vigliacca, è una traditrice e deve morire. Anche Roberto lo diceva, "deve morire".
La compagna Silvia invece era solo terrorizzata, fuori di se dalla paura e non sapeva più cos'era, chi era e dov'era il suo amore. Tutto un paese intero la chiamava assassina, in sette mesi di galera i suoi genitori non si erano fatti sentire nemmeno tramite l'avvocato, lei aveva i denti traballanti in bocca, qualcosa più che un inizio d'anoressia ed avrebbe solo voluto non svegliarsi la mattina. La compagna Silvia aveva improvvisamente fatto i conti col suo cuore e le sue motivazioni ed aveva scoperto che a lei degli operai non gli e ne fregava poi molto, che della politica radicale meno che mai e che aveva seguito un uomo, proprio come aveva fatto Anita Garibaldi, solo che lei aveva seguito l'uomo sbagliato.
Non s'era chiesta veramente perché combattiamo, come sua nonna prima di lei aveva accettato le idee di un "marito" che per anticonformismo non l'aveva nemmeno voluta sposare, ma che si era scelto la più semplice e fedele delle mogli. Il femminismo con la compagna Silvia aveva fatto un buco nell'acqua e l'emancipazione idem.
In dieci anni di galera guadagnati facendo il palo a Roberto ed i suoi amici in due rapine a mano armata ho imparato a fare la maglia, e mi sono laureata in legge. Che sembra un controsenso, ma non lo è.
Ho riconquistato piano piano l'amore dei miei genitori, l'affetto del Generale che ho potuto alla fine assistere come una figlia, le tenerezze di mia madre. Roberto è divenuto un caso mediatico, lo intervistano per chiedergli le cose più strane, è uno degli "irriducibili", ma a vederlo fotografato sui giornali con i suoi occhialini da intellettuale sembra più borghese che mai. Ha preso trent'anni ma finirà per scontarne si e no venti. Io sono fuori da cinque ed ormai alla galera penso sempre meno.
Ho aperto una lavanderia a gettoni, guadagno discretamente bene ed ho il tempo per leggere molto. Sono tornata a vivere nella casa dei miei genitori, e da qualche mese esco con uno psichiatra mio coetaneo. Credo l'affascini la mia storia.
Ieri ho ricevuto una lettera di Roberto.
Negli ultimi quindici anni ci siamo incontrati solo ai processi, nelle gabbie delle corti d'assise non ci siamo mai nemmeno guardati in faccia, mai detti una parola, ora però lui mi scrive.
Ho tenuto la lettera in borsa fino a sera senza aprirla. La tentazione di gettarla via così ancora chiusa è stata fortissima, ma sono crescita un bel po' negli ultimi anni ed alla fine ho strappato la busta e ho letto.
Cara Silvia,
Se le avesse scritte cinque anni fa avrei risposto alla sua lettera, usando le stesse identiche sue parole, per dirgli che non lo odio, che ho capito dove entrambe abbiamo sbagliato, che avremmo dovuto vivere diversamente ma che ora tornare indietro non si può.
Oggi invece non ho voglia di scrivergli alcunché.
Che il mio cuore ha già amato abbastanza per tutta una vita e forse due e non ho interesse a perdonare, a scusare o a capire, sono certa lo comprenderà da solo. Che quella ragazza intenta a fissare le stelle si è trasformata con dolore in una donna non voglio che lo sappia, la compagna Silvia è morta. Finalmente.
Se le avesse scritte cinque anni fa avrei risposto alla sua lettera, usando le stesse identiche sue parole, per dirgli che non lo odio, che ho capito dove entrambe abbiamo sbagliato, che avremmo dovuto vivere diversamente ma che ora tornare indietro non si può.
Oggi invece non ho voglia di scrivergli alcunché.
Che il mio cuore ha già amato abbastanza per tutta una vita e forse due e non ho interesse a perdonare, a scusare o a capire, sono certa lo comprenderà da solo. Che quella ragazza intenta a fissare le stelle si è trasformata con dolore in una donna non voglio che lo sappia, la compagna Silvia è morta. Finalmente.
18:08 Scritto da: onecat@v in Sapere e Libri | Link permanente | Commenti (21) | Segnala | OKNOtizie |
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